Pubblichiamo il saluto di Martini al convegno di studi “Educare dopo Auschwitz”, svoltosi a Milano presso l’Università cattolica del Sacro Cuore il 24 novembre 1994.
La strada dell’incontro fraterno
con Israele
passa per Auschwitz
LA STRADA DELL’INCONTRO PASSA PER AUSCHWITZ
Sono lieto di portare il mio cordiale saluto, il mio incoraggiamento e tutta la mia vivissima partecipazione alle riflessioni sul tema: Educare dopo Auschwitz.
In Polonia, non lontano da Cracovia, sta la cittadina di Oswieçim. Un ampio tratto di campagna conserva ancora la struttura e il nome del campo di sterminio tedesco dove, cinquant’anni fa, vennero massacrati gli ebrei: Auschwitz-Birkenau. Martiri ed eroi, bimbi e vecchi furono avviati alle camere a gas. Benché molti altri innocenti, polacchi e d’ogni nazione europea — tra cui san Massimiliano Kolbe —, zingari, omosessuali abbiano qui trovato orrenda morte, tuttavia Auschwitz è oggi assurto quasi a luogo simbolico della shoà, il genocidio del popolo ebraico in Europa.
Ma esso può essere anche considerato quale simbolo più vasto di una barbarie e di un disegno criminoso che imperversò sull’Europa moltiplicando i gesti gratuiti di crudeltà. Perché, come scrive Giuseppe Dossetti nella introduzione a Le querce di Montesole, vita e morte delle comunità martiri nell’Appennino bolognese: «Auschwitz non è stato un puro episodio isolato, se pure tremendo, e nemmeno un certo periodo della storia moderna, ma un punto di svolta, un’èra nuova in cui il progresso tecnologico, la pianificazione politica, gli odierni sistemi burocratici e l’assoluta scomparsa di vincoli morali tradizionali si sono combinati per rendere la distruzione umana di massa una possibilità sempre presente».
Ad Auschwitz papa Giovanni Paolo II si è recato, nel giugno 1979, in uno dei suoi primi pellegrinaggi, per rendere omaggio alle vittime della shoah, per testimoniare che solo ricordando — e insegnando a fare memoria — potremo aprirci alla conversione, al perdono, alla speranza. I mostri del nazionalismo, del razzismo, del fanatismo ideologico e religioso, possono ancora affascinare nuove generazioni, se noi le priveremo della memoria.
Ad Auschwitz siamo chiamati anche noi, all’aurora del terzo millennio della redenzione, quasi come a una sosta dolorosa sulla via verso il Sinai e verso Gerusalemme. La strada dell’incontro fraterno con Israele passa ormai necessariamente per Auschwitz. E dà qui passano pure, come verrà chiarito oggi, tante altre strade di incontro tra uomini e donne della fine di questo secolo: qui si fa silenzio, si riflette e si prega, da qui scaturisce l’impegno a costruire insieme un mondo di pace.
UNA GRAVE RESPONSABILITÀ EDUCATIVA
Tuttavia, affinché la profezia della pace si attui, occorrono cuori educati al rispetto, all’incontro, al dialogo. L’Università cattolica è chiamata a svolgere, in questo campo, una sua missione culturale specifica, che il concilio Vaticano II definisce «pubblica, costante e universale». Tale missione, che voi proponete nel tema Educare dopo Auschwitz, costituisce una responsabilità grave e attuale. Basti pensare a quello che fu e significò, all’inverso, la pubblicazione del «Manifesto della razza», il 5 settembre 1938, in Italia. Mancava allora una cultura capace di intendere il grido di Pio XI: «siamo spiritualmente semiti», «l’antisemitismo è inammissibile».
In positivo, a noi spetta di elaborare una teologia, un’esegesi, una storia e una giurisprudenza che, dopo la tragedia della shoah, non dimentichino la costante dimensione etica della situazione umana e la particolare chiamata del popolo ebraico da parte di Dio.
C’è infatti, purtroppo, del vero in ciò che ha scritto Elie Wiesel nel 1977, dopo decenni di testimonianza su quel mistero di morte che è Auschwitz: «La testimonianza non è stata ascoltata. Il mondo è sempre lo stesso». E la ragione la suggeriva un altro pensatore ebraico, S. Shaphiro: «La testimonianza viene ascoltata all’interno di un contesto inospitale, di una teologia non spezzata e di un’ermeneutica tradizionale». Su questo Giuseppe Dossetti, nel libro sopra citato, fa un interessante commento.
COSTRUIRE LO SHALOM
I profeti d’Israele ancora ci invitano a guardare a Gerusalemme con speranza, per divenire costruttori di pace: «Giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re… l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace ai popoli» (Zc 9,9-10).
Ecco il programma che il Vaticano II indicava nella dichiarazione Nostra aetate, dopo aver ricordato il vincolo sacro che lega Chiesa e Israele: «Non possiamo invocare Dio padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati a immagine di Dio… Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduce tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano».
Ebrei, cristiani, uomini e donne di buona volontà, la tragedia della shoà ci sospinge a cooperare per costruire la città dell’uomo nella pace, la città di Dio nella pace, lo shalom.
Alle porte di Auschwitz è sorto un centro di formazione, studio, incontro, dialogo e preghiera sulla shoà e sul martirio dei popoli europei vittime del nazismo. Tale centro ha fatto appello anche all’episcopato europeo, per svilupparsi. E la presenza oggi tra noi di padre Jean Dujardin è testimonianza che ebrei e cristiani continuano a collaborare per educare i giovani «dopo Auschwitz».
Pure a Milano ci sono varie iniziative; è sorta da anni, per esempio, la fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, che svolge un prezioso servizio nazionale e internazionale. «Educare dopo Auschwitz» è dunque una realtà, frutto dell’impegno di molti, memori delle vittime dello sterminio.
Auspico che questa giornata di studio rechi nuovi frutti di cooperazione tra istituzioni cattoliche ed ebraiche, e che l’Università cattolica, che ci ospita, possa esprimere in tale ambito quel ruolo di faro intellettuale, di cui la cultura italiana ha bisogno.
Termino con le parole di Primo Levi, incise all’ingresso del Memoriale degli italiani sepolti ad Auschwitz: «Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita. Da qualunque parte tu venga, tu non sei un estraneo. Fa’ che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento. Fa’ che il frutto orrendo dell’odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme né domani né mai».
Saluto al convegno di studi
«Educare dopo Auschwitz»
Milano, Università del Sacro Cuore,
24 novembre 1994